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di Giulio Andreani

19 Ottobre 2015

A rilevanza fiscale delle svalutazioni dei crediti

Secondo l’Agenzia delle entrate, in caso di svalutazioni contabili non dedotte ai sensi dell’art. 106, comma 1, del T.U.I.R., la successiva manifestazione dei requisiti richiesti dall’art. 101, comma 5, farebbe scattare automaticamente la deduzione della relativa perdita su crediti, trattandosi di componenti negativi già imputati in bilancio; conseguentemente, per un ammontare corrispondente il fondo svalutazione “tassato” andrebbe considerato a diretta riduzione del valore fiscale dei crediti cui si riferivano le svalutazioni contabili, effettuando una variazione in diminuzione di pari ammontare in sede di determinazione del reddito d’impresa relativo al periodo d’imposta in cui la perdita su crediti è divenuta deducibile. Questa impostazione, già criticata da una parte della dottrina, comporta notevoli difficoltà sul piano pratico, specie per le imprese che devono gestire numerose posizioni creditorie. Con l’art. 13, comma 3, del Decreto, il Governo ha quindi deciso di intervenire, stabilendo (con una norma di interpretazione autentica) che le perdite relative a crediti già svalutati in bilancio possono essere dedotte a partire dal periodo d’imposta in cui sorgono i relativi requisiti, fino a quello di loro cancellazione dal bilancio.
  12 Ottobre 2015

Dubbi e certezze sulla competenza delle perdite su crediti di natura valutativa

Con la circolare n. 26/E del 2013 l’Agenzia delle entrate aveva condivisibilmente riconosciuto che l’esercizio di apertura della procedura concorsuale, in capo al debitore, è solo l’esercizio a partire dal quale è possibile dedurre detta perdita, fermo restando che l’ammontare deducibile non può essere il frutto di un processo valutativo discrezionale e arbitrario, dovendo la sua determinazione fondarsi su dati formali oggettivi, quali le risultanze dei documenti a vario titolo prodotti nell’ambito della procedura. Questa precisazione rischiava di vanificare la logica semplificatoria giustificante la deduzione “automatica” delle perdite su crediti verso debitori assoggettati a procedure concorsuali, con innesco di un significativo contenzioso. Con l’art. 13 del D.Lgs. n. 147/2015, quindi, il legislatore fiscale ha inteso chiarire che le stime operate in bilancio sul punto non sono sindacabili dall’Agenzia delle entrate, non essendo richieste ulteriori analisi e valutazioni. Si ritiene che la medesima impostazione non possa valere per le “altre” perdite su crediti da valutazione (diverse da quelle per le quali è prevista la deduzione “automatica”), in quanto per esse si rende necessaria una verifica circa la sussistenza degli elementi certi e precisi comprovanti l’irrecuperabilità del credito, che inevitabilmente investe anche il momento della loro manifestazione e della loro quantificazione.
3 Agosto 2015

Il raddoppio dei termini si riflette anche sulla correzione degli errori contabili?

Con la circolare n. 31/E del 2013 l’Agenzia delle entrate ha aperto la strada alla presentazione della dichiarazione integrativa “a favore” anche oltre l’anno, consentendo di rappresentarvi costi e oneri di competenza di periodi d’imposta anteriori; ciò a condizione che essi siano ancora suscettibili di accertamento secondo i termini stabiliti dall’art. 43 del D.P.R. n. 600/1973. Poiché ai sensi del comma 3 della norma testé citata tali termini sono raddoppiati in relazione ai periodi d’imposta in cui sono state commesse violazioni tributarie per le quali sussista l’obbligo di denuncia ex art. 331 c.p.p., il raddoppio dovrebbe operare non solo a favore dell’Amministrazione finanziaria ai fini dell’attività di accertamento, ma anche ai fini della presentazione della dichiarazione integrativa a beneficio del contribuente, riconoscendogli un tempo più ampio per la deduzione dei costi di competenza del periodo oggetto di rettifica. In senso opposto si è invece espressa l’Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 57/E del 2015, secondo cui il raddoppio dei termini opera solo a beneficio di quest'ultima.
  20 Luglio 2015

Ancora incompiuta la disciplina della transazione fiscale

Con la circolare n. 19/Edel 2015 l’Agenzia delle Entrate ha affermato che, sulla base dell’indirizzo più volte ribadito dalla Corte di Cassazione, l’intangibilità del credito dello Stato per Iva (e ritenute non versate), prevista dall’art. 182-ter l.f., opera anche quando la proposta di concordato preventivo non è assistita da transazione fiscale, in quanto la suddetta disposizione ha natura di norma sostanziale (e non procedurale). Tuttavia la querelle non si può considerare definitivamente risolta, perché, da un lato, il Tribunale di Udine ha richiesto alla Corte di Giustizia UE di accertare se sia realmente incompatibile con la normativa europea una disposizione interna che ammette il pagamento parziale di tali crediti tramite una procedura di liquidazione del patrimonio del debitore (alternativa a quella fallimentare) senza transazione fiscale e, dall’altro, la stessa Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione dell’intangibilità dell’Iva nel concordato preventivo senza transazione fiscale.
8 Giugno 2015

Il nuovo regime fiscale delle rinunce dei soci ai crediti si discosta dalla loro effettiva natura

In base all’art. 13 dello schema di decreto legislativo sulla crescita e internazionalizzazione delle imprese, le rinunce dei soci ai crediti costituiscono, agli effetti fiscali, apporti di capitale solo per la parte corrispondente al valore fiscale del credito oggetto di rinuncia. La nuova previsione è dovuta alla legittima esigenza di evitare “salti” d’imposta, ma finisce per assoggettare a imposizione eventi privi di connotazione reddituale, anche alla luce della conclusione cui sono infine approdati i principi contabili nazionali (secondo cui le rinunce dei soci ai crediti costituiscono sempre apporti di capitale, a prescindere dalla loro natura). Inoltre, la nuova disciplina, nel tentativo di ricercare una dubbia simmetria tra il regime fiscale del credito e quello del correlato debito, comporta il recupero (indiretto) in capo alla società partecipata delle deduzioni di cui ha beneficiato il socio creditore, che costituisce pur sempre un soggetto giuridico terzo.
  1 Giugno 2015

Il nuovo regime fiscale delle riduzioni di debiti dovute a crisi d’impresa

Il comma 4-ter, che il legislatore intende aggiungere all’art. 88del Tuir con il decreto legislativo recante misure per la crescita e la internazionalizzazione delle imprese, prevede che, in caso di “concordati di risanamento”, di accordi di ristrutturazione dei debiti di cui all’art.182-bisl.f. e di piani attestati di cui all’art. 67, comma 3, lett. d), l.f., la riduzione dei debiti che ne consegue non costituisce sopravvenienza attiva per la parte eccedente le perdite di periodo e le perdite pregresse, computando queste ultime “senza considerare il limite dell’ottanta per cento” previsto dal comma 1 dell’art. 84. Tale disposizione modifica il regime delle sopravvenienze da esdebitamento che si generano nel concordato preventivo e chiarisce certamente uno degli aspetti più controversi della disciplina vigente; tuttavia non consente di risolvere totalmente i dubbi posti dal secondo periodo del comma 4 dell’art. 88 attualmente in vigore.
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