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di Giulio Andreani

8 Giugno 2015

Il nuovo regime fiscale delle rinunce dei soci ai crediti si discosta dalla loro effettiva natura

In base all’art. 13 dello schema di decreto legislativo sulla crescita e internazionalizzazione delle imprese, le rinunce dei soci ai crediti costituiscono, agli effetti fiscali, apporti di capitale solo per la parte corrispondente al valore fiscale del credito oggetto di rinuncia. La nuova previsione è dovuta alla legittima esigenza di evitare “salti” d’imposta, ma finisce per assoggettare a imposizione eventi privi di connotazione reddituale, anche alla luce della conclusione cui sono infine approdati i principi contabili nazionali (secondo cui le rinunce dei soci ai crediti costituiscono sempre apporti di capitale, a prescindere dalla loro natura). Inoltre, la nuova disciplina, nel tentativo di ricercare una dubbia simmetria tra il regime fiscale del credito e quello del correlato debito, comporta il recupero (indiretto) in capo alla società partecipata delle deduzioni di cui ha beneficiato il socio creditore, che costituisce pur sempre un soggetto giuridico terzo.
  1 Giugno 2015

Il nuovo regime fiscale delle riduzioni di debiti dovute a crisi d’impresa

Il comma 4-ter, che il legislatore intende aggiungere all’art. 88del Tuir con il decreto legislativo recante misure per la crescita e la internazionalizzazione delle imprese, prevede che, in caso di “concordati di risanamento”, di accordi di ristrutturazione dei debiti di cui all’art.182-bisl.f. e di piani attestati di cui all’art. 67, comma 3, lett. d), l.f., la riduzione dei debiti che ne consegue non costituisce sopravvenienza attiva per la parte eccedente le perdite di periodo e le perdite pregresse, computando queste ultime “senza considerare il limite dell’ottanta per cento” previsto dal comma 1 dell’art. 84. Tale disposizione modifica il regime delle sopravvenienze da esdebitamento che si generano nel concordato preventivo e chiarisce certamente uno degli aspetti più controversi della disciplina vigente; tuttavia non consente di risolvere totalmente i dubbi posti dal secondo periodo del comma 4 dell’art. 88 attualmente in vigore.
20 Aprile 2015

Aspetti problematici della procedura di calcolo del credito d’imposta per i redditi esteri

Una delle questioni interpretative più delicate, afferenti il credito d’imposta di cui all’art. 165del Tuir, è se, ai fini del calcolo del rapporto tra il reddito estero e il reddito complessivo, la prima entità costituisca una grandezza da computare al lordo o al netto dei costi sostenuti per la sua produzione. L’Agenzia delle Entrate ha sul punto precisato che i redditi d’impresa e i redditi di lavoro autonomo vanno considerati al netto dei relativi costi, mentre per le altre tipologie di redditi rilevano i proventi lordi. Invero, con riguardo ai redditi d’impresa e professionali, l’orientamento ministeriale appare condivisibile solo per quelli prodotti tramite una stabile organizzazione (o una sede fissa) nello Stato della fonte, poiché (i) l’esercizio dell’attività economica tramite una tale struttura facilita ex se la quantificazione dei costi ad essa relativi e (ii) in tali casi viene a determinarsi una sostanziale corrispondenza tra l’importo del reddito tassato all’estero e quello imponibile in Italia.
  6 Aprile 2015

Requisiti del credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero secondo l’agenzia delle entrate

L’art. 165, comma 2, del Tuir non indica puntualmente i criteri per individuare i “redditi prodotti all’estero”, ma si limita a stabilire che a tal fine occorre applicare i “criteri reciproci” prescritti dall’art.23per individuare i redditi prodotti in Italia da soggetti non residenti. Una rigida interpretazione letterale di tale rinvio, quale è quella adottata con riguardo ai redditi d’impresa dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 9/Edel 2015, porta ad escludere il diritto al credito d’imposta relativamente ai redditi d’impresa prodotti in un Paese estero non per il tramite di una stabile organizzazione ivi ubicata, atteso il riferimento ai “redditi prodotti mediante stabile organizzazione” formulato dal comma 1, lett. e), di tale articolo. Questa interpretazione contrasta tuttavia con il divieto di doppia imposizione giuridica, cui l’art. 165 intende dare attuazione, e rischia di produrre effetti gravemente discriminatori e ingiustificati.
23 Marzo 2015

L’agenzia delle entrate non risolve tutti i dubbi sul credito d’imposta per investimenti in beni strumentali

Con la circolare n. 5/E del 2015 l’Agenzia delle Entrate ha provveduto a illustrare la disciplina della nuova agevolazione sull’acquisto di beni strumentali nuovi (“Tremonti-quater”), precisando in particolare che gli investimenti realizzati nel secondo semestre 2014 e quelli effettuati nel primo semestre 2015 devono essere autonomamente raffrontati con l’ammontare medio degli investimenti operati nei cinque periodi d’imposta precedenti, da computare senza alcun ragguaglio. In questo modo, però, i due termini del raffronto sono disomogenei sotto il profilo temporale. Tale disomogeneità potrebbe essere superata se si considerasse in maniera unitaria l’ammontare degli investimenti realizzati durante l’intero periodo temporale agevolato (sostanzialmente corrispondente a un anno).
  16 Marzo 2015

Le variazioni in diminuzione iva nelle crisi d’impresa

L’art. 31 del “decreto sulle semplificazioni fiscali” ha esteso la possibilità di emettere la nota di variazione in diminuzione anche al caso di mancato pagamento del credito dovuto a un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’art. 182-bisl.f. ovvero a un piano attestato ai sensi dell’art. 67, comma 3, lett. d), l.f., pubblicato nel registro delle imprese. La formulazione della norma e i primi chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate portano a ritenere che tale facoltà possa essere esercitata sin dalla data di omologazione dell’accordo di ristrutturazione o di pubblicazione del piano (così come da quella della omologazione del concordato preventivo in continuità), coerentemente con la natura pattizia di questi istituiti, che consente di collegare a tali momenti l’effetto della definitiva riduzione dei crediti. Per contro, in questi casi la emissione della nota di variazione da parte del creditore genera una maggiore Iva a debito in capo al debitore, al contrario di quanto accade nelle procedure liquidatorie. È invece oggetto di interpretazioni contrastanti l’individuazione del dies a quo nel fallimento e nelle altre forme di concordato, come emerge dalla Norma di comportamento n. 192dell’Associazione Italiana Dottori Commercialisti.
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